PREMIO INTERNAZIONALE DI POESIA

PIER PAOLO PASOLINI

SU PASOLINI


PASOLINISMO DI MASSA
di Biancamaria Frabotta

Io credo che ciò che sta accadendo intorno al nome di Pier Paolo Pasolini in occasione del trentennale della sua morte, meriti una riflessione. Enzo Siciliano su la Repubblica del 2 novembre scrive che l'enfasi mediatica che ingigantisce questo evento, rischia di travolgere la sostanza vera della presenza di Pasolini nella nostra cultura. Ha senza dubbio ragione. Il giorno prima, a Roma, in un Teatro Argentina gremito fino all'inverosimile aveva detto qualcosa di simile. Pasolini anche per lui costituisce ormai un mistero. Non si riferisce alla morte del suo amico, ancora oggi ammantata di bugie e reticenze. Ma alla sua vita, al senso vero della sua opera.
Cosa rappresenta Pasolini nel mondo di oggi, nell'Italia di oggi, fra i giovani che - posso testimoniarlo almeno come docente - leggono da più di venti anni quasi solo le sue poesie, fra i tanti ottimi poeti del nostro Novecento? Che relazione c'è fra questo ormai incipiente culto, di origine certamente non solo televisiva, e il complesso messaggio pasoliniano che, più di altri, richiederebbe una glossa incessante, una puntigliosa esposizione di pro e di contro, una continua discussione, e proprio per non inciampare nelle trappole delle sue acutissime metafore, dei suoi micidiali, stupendi, quanto pericolosi paradossi?
Molti sono stati chiamati in questi giorni ad assolvere a questo compito. A portarne, come si dice, il peso della testimonianza. Ma chi può oggi testimoniare sul senso vero di questo diffuso, inedito pasolinismo di massa, impensabile nei giorni del ventennale o del decennale della sua morte?
È come se il "problema Pasolini", il valore della sua poesia, la sua fame di realtà, il suo volto, la sua protesta, le sue denunce, la sua morte violenta, si fossero ormai scollati dai ricordi di chi lo conobbe, dal sapere di chi ne ha raccontato le vicende, dalla perizia di chi ha raccolto e studiato le ventimila pagine delle sue opere, o restaurato i suoi film, o vagliato, cercando di smascherarle, le ricostruzioni "ufficiali" del suo assassinio.
Giustamente Siciliano esorta a leggerne i libri e a non banalizzarne il pensiero, riducendolo a logo, a santino e se rievocando l'ultimo loro incontro a stento riesce a frenare la commozione, forse è anche per via del timore di perdere per sempre nel replicarsi della copia, la memoria dell'originale e dunque la consolazione del congedo. Ma è come se un altro mistero si stesse compiendo nel corso di questo sminuzzamento, di questa polverizzazione delle parole e delle immagini pasoliniane in centinaia di manifestazioni pubbliche, letture, messe in scena, brutte o belle che siano, approssimative o specializzate, doc o un po' bastarde, ma sicuramente sparse su tutto il territorio nazionale e tutte premiate da una partecipazione attenta, silenziosa, per non perdere il barlume di verità che può emergere ai margini, magari, di questo vortice celebrativo. O del suo consueto controcanto di insulti, o sarcasmi.
Certo è che sulle facce della gente che concorre e corre a questi riti (tutt'altro che ritualistici) pare di scorgere una voglia strana, non fanatica, non volgare, anzi discreta, pudica, mai retorica: poter disporre di una verità, inutile, magari, come quella giudiziaria trent'anni dopo gli avvenimenti, o quella della poesia appunto, inutile per definizione. Penso, guardando questi volti, all'impalpabile verità dei volti anonimi cui alludeva Lévy, discutendo del pensiero di Pasolini e della sua aspirazione a rappresentare l'irrapresentabile. Vi sta fissato un desiderio di chiarezza, almeno su un punto, un punto solo, magari, ma netto, limpido, spogliato di ogni menzogna. E in questi occhi attenti mi pare che i sinistri bagliori di Salò o di Petrolio, o della Nuova gioventù, insomma i paradigmi della tetra profezia dell'ultimo Pasolini, con una bizzarra e imprevista metamorfosi, si vadano in questa occasione riaccendendo in guizzi piuttosto di "disperata vitalità".
Forse nessuno saprà più raccontare cos'è stato il vero Pasolini. Ad ognuno ne spetterà magari poco più di un pezzetto. Ma del resto cosa ne sarebbe stato di Orfeo, se non fosse stato fatto a brani dalle Baccanti? Egli aveva soltanto la lira, racconta il mito, con la quale inutilmente cercò di difendersi, mentre cadeva a terra e le sue membra venivano sparse in tutte le direzioni.

novembre 2005




VOCI DALL'IDROSCALO
di Francesco Agresti

S'infrangono sul litorale di Ponente
le illusioni di una civiltà millenaria
che proprio qui, nel mare di Enea, vide la luce.

Onde impetuose, immense, incalzate da urla possenti,
scuotono il muro sbilenco che limita l'arenile.

È un susseguirsi infinito di mandrie impazzite
che, sospinte dal vento,
abbandonano il mare in un turbinio sinistro,
reso ancora più cupo da una bassa nuvolaglia
che invade la strada e le case.

Roma è remota, spersa tra i suoi futili consumi.
Assente qualsiasi altra presenza umana.
Manca poco a Natale.

Lungo il litorale, spazzato dal gelo,
c'è solo la furia del mare che, a tratti,
sovrasta la diga del porto ed invade i pontili di schiuma.
Con le barche a tinnire nel fragore del vento.

Annotta. È quasi ora di cena.
Ostia si estrania al mondo, ignara,
nel chiuso dei suoi tristi casamenti.

Il Tevere è muto, ma tracima di bile feroce.
Il muro d'acqua che arriva dal mare lo strozza.
L'allerta è imponente.

Per l'Idroscalo è un continuo alternarsi di voci.
(Ed è un richiamo ad altre voci. Ad altre grida
di una notte dannata che non muore).

Si esorta la gente a sgombrare le ultime tane
che ancora resistono agli oltraggi del tempo.
È l'amaro residuo di un popolo antico, in rovina,
senza più storia, senza avvenire.

L'inascoltato Poeta, da tempo, riposa lontano, a Casarsa.
Un fiore appassisce ai margini del cippo
tra l'erba sbiadita dalla salsedine.

Ora un buio più fitto invade lo spiazzo.
I cani randagi rincorrono
fantasmi di carta sollevati dal vento.
Azzannano l'aria nervosi, aggressivi.

Dal porto si leva un barlume di luce,
ma è un lucore malato, un po' frusto,
smarrito tra le nebbie serali e gli spruzzi del mare.

Poi l'inferno si placa e chi può torna a casa,
in attesa di un giorno migliore. Forse.

settembre 2006

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