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SECONDA EDIZIONE 1° novembre 2005 Teatro Argentina, Roma
 La giuria
 La platea, in prima fila i poeti premiati
Premio internazionale di poesia
"PIER PAOLO PASOLINI"
Il 1° novembre 2005, al Teatro Argentina di Roma, sono stati premiati i vincitori della seconda edizione
Vincitore assoluto
Luciano Erba, con L'altra metà (San Marco dei Giustiniani)
Vincitori finalisti
Alba Donati, con Non in mio nome (Marietti)
Marco Guzzi, con Nella mia storia Dio (Passigli)
Premio internazionale
Yves Bonnefoy
Premio "Opera prima"
Claudio Cinti, con Ipapecuana (Sinopia)
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 Ives Bonnefoy e Giorgio Albertazzi
 Claudio Colussi e Ives Bonnefoy
 Gianni Borgna e Luciano Erba
 Alessio Brandolini e Claudio Cinti
 Martha Canfield e Alba Donati
 Maurizio Cucchi e Marco Guzzi
 Giorgio Albertazzi, Ives Bonnefoy e Davide Curzio
 L'intervento di Claudio Colussi, sindaco di Casarsa delle Delizie
L'intervento di Ives Bonnefoy
Signore, signori, che le mie parole siano per ringraziare i membri della giuria che hanno deciso di attribuirmi il Premio Pasolini. È un onore che mi tocca ancor più profondamente in quanto questo Premio è dedicato ad un grande poeta che fu anche un grande cineasta, il che significa che coloro che lo hanno istituito vedono nella creazione poetica un continuo chiedersi sui problemi e sulle necessità della società, nelle sue forme più contemporanee: tutto ciò è anche il mio proposito. In effetti, io sono tra quelli che scrivono in un modo che si può certamente definire come difficile, a volte ermetico, ed è anche vero che faccio appello alle risorse della lingua che non sono generalmente utilizzate nei giornali o anche nelle scuole, ma questo modo di scrivere ha una sola grande intenzione: quella di dare alle parole poteri che potrebbero aiutarci a comprendere meglio noi stessi e il nostro essere nel mondo. Ed è esattamente come Pasolini pensava, non ho dubbi, era questo ciò che desiderava e del resto che ha fatto, in poesie che seppero ritrovare tutta la pienezza al tempo stesso sensibile ed intellettuale di cui solo le parole italiane sono così meravigliosamente capaci, direi con lo stesso fiato, sempre che si sappiano comprenderle, rispettarle. Ed il suo grande esempio mi dà l'occasione di fare un'altra osservazione. La poesia occidentale è stata, attraverso i secoli, in relazione sempre stretta con le immagini. Fin dall'antichità a Roma un poeta, Orazio, ha suggerito, ut pictura poesis, che la poesia e la pittura erano profondamente simili. Cosa significa? È questa la preoccupazione della società che io metto nel cuore della poesia. Poiché la pittura, all'epoca di Orazio, era già un'esplorazione dell'apparenza delle cose così come esse sono nella realtà empirica, essa permetteva quindi di penetrare nel luogo umano, di mostrare i modi e i gesti degli uomini e delle donne della sua epoca, ecco quindi offrire alla poesia un'occasione di riflettere su questi modi e su questi gesti, di ritrovarne le apprensioni spirituali, ricordarsi dei grandi miti che ne rappresentavano e ne ricordavano il valore. Doppia ricerca. A causa del suo guardare dal di fuori le cose, il pittore poteva essere tentato di accontentarsi di quest'esteriorità, di ridurre il suo spirito alla sola conoscenza della realtà materiale - una conoscenza di soli concetti, leggi, dimentica dell'assoluto -,e questa tentazione diventò anche molto forte, in diversi momenti della storia. Di contro, il poeta, con la parola nelle sue poesie, poteva convincere il pittore che egli stava dimenticando ciò che si gioca nella sua relazione verso se stesso di persona mortale, in preda al tempo, alle occasioni, desiderosa di dare senso alla sua vita. Ed era là a incitare il creatore delle immagini a osservazioni che fecero spesso apparire quest'esperienza interiore nelle figure rappresentate. E' da questo scambio tra la poesia e la pittura, o la scultura, che ne consegue tutta la grande arte occidentale. Ma oggi? Lo sguardo che il pittore gettava, ancora ieri, sugli esseri e sulle cose è stato allargato, moltiplicato, dalle nuove tecniche d'osservazione dell'oggetto. La macchina fotografica o la telecamera sanno, meglio del vecchio pittore da cavalletto, percepire aspetti dell'esistenza e del mondo che sono tuttavia essenziali alla comprensione di noi stessi. Ed è dunque il cinema che, nell'equazione tradizionale ut pictura poesis, prende irresistibilmente il posto della pittura. Oggi è il cinema che offre alla poesia l'occasione migliore di approfondire la coscienza di sé. Molti cineasti sono ovviamente tentati, come lo furono molti pittori, di mostrare la realtà semplicemente dall'aspetto esteriore, li vediamo persino lasciarsi affascinare dagli aspetti più riprovevoli e più pericolosi di questa esteriorità, ma alcuni fra loro si mostrano capaci di fare apparire sui volti delle emozioni che sarebbero indicibili attraverso le parole, di afferrare segni la cui furtività stessa indica la profondità, quella profondità nell'ambito della quale hanno luogo gli eventi dello spirito. E, per la poesia, questo è un incitamento a riflettere sul suo compito. Richiamata da questo tipo di pellicole a considerare in modo più ampio e aperto delle situazioni d'esistenza dove ciò che gli è essenziale è in pericolo, è posta dinanzi alla sua responsabilità di memoria. E così il cinema lo avrà aiutato, avrà permesso al poeta di riprendere fiducia in sé stesso, - e di creare opere che a loro volta nutriranno gli autori di pellicole future. Il poeta risponde al cineasta. Offre a quest'ultimo di scoprire il poeta che è in lui. Scoprirsi poeti, vivere e creare come poeti, è ciò che fecero i grandi realizzatori del passato, Poudovkine, Jean Renoir, Buñuel, Fellini, e molti altri. Ed è ciò che fece Pasolini, che esercitò anche i due tipi di creazione: Pasolini autore di poesie e di pellicole. Grazie ancora per questa attribuzione del Premio Pasolini. Mi permette di rendere omaggio in nome della poesia al cinema come lo aveva compreso Pasolini e come deve essere compreso: la ricerca di una verità non letterale ma interiore, la stessa che garantì ad altre epoche in altre sorti di immagini la bellezza, in Italia ad esempio, delle grandi opere di Piero della Francesca, di Michelangelo, di Caravaggio. Il compito del nostro presente, è poesia e cinema insieme. Un'alleanza che è forse il solo mezzo di garantire alla società in pericolo un avvenire che merita di essere vissuto. Vi ringrazio. Traduzione di Davide Curzio
Le motivazioni dei premi
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VINCITORE ASSOLUTO Luciano Erba L'altra metà (San Marco dei Giustiniani)
L'altra metà (edizione San Marco dei Giustiniani) è un nuovo dono, forse inaspettato, di uno dei maestri della nostra poesia, coetaneo di Pier Paolo Pasolini, che già tanto aveva dato nei suoi libri precedenti. Straordinaria, in queste pagine, è la freschezza, l'autenticità naturale dell'osservatore, la perfezione mirabile e leggera. Luciano Erba senza imporsi mai di modificare il proprio stile, inconfondibile eppure mirabilmente semplice, lascia che siano il tempo e siano le cose a mutarlo, mostrandosi sempre capace di sottile meraviglia davanti al mondo, dentro l'esistere. Erba è poeta che tratta grandi temi con aria apparentemente distratta, per orrore di ogni ombra retorica. Sa leggere nel minimo, nelle pause, nelle terre di nessuno, quella verità essenziale e sempre troppo sfuggente che ci è dato conoscere. Ha la capacità di trasmettere la sottile emozione che possiamo trovare in momenti in cui il tempo sembra sospendersi, come se galleggiassimo in una sorta di presente assoluto che è per noi uno stato di grazia. Scrive Stefano Verdino nella sua prefazione, che la poesia di Erba ci porta "una leggerezza [...] capace di innestare [...] l'allusione metafisica nel gesto concreto e comune". Una leggerezza che supera se stessa e penetra senza esibirlo i territori della complessità, dai quali riemergono presenze care e si manifesta l'assottigliarsi del nostro esserci in "sottili tranches de vie". |
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VINCITORE FINALISTA Alba Donati Non in mio nome (Marietti)
Nel suo ultimo libro, Non in mio nome, titolo che riprende un famoso slogan del movimento pacifista mondiale, Alba Donati pratica un linguaggio poetico forte, da intonare a voce alta e chiara, con una dizione a più registri, ora prosastica e narrativa, ora scandita in ritmi perfettamente udibili, popolari, meglio ancora pop, più americani che italiani, tra Patty Smith e litanie di sapore tribale, marginali all'Occidente. Poeta di notevole efficacia, e determinata da una più che femminile fermezza, Alba Donati propende verso una denuncia pervasa di indignazione e di pietà e raggiunge il suo vertice nelle strazianti poesie dedicate ai bambini con handicap fisici o psichici uccisi a migliaia nei campi di sterminio nazisti. È qui che la sua pronuncia si alza e insieme si placa, facendosi lingua di testimonianza, fedele custode del "mistero della vita" che sempre continua a pulsare anche negli orrori della banalità del male. |
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VINCITORE FINALISTA Marco Guzzi Nella mia storia Dio (Passigli)
Leggendo questa singolare raccolta di versi di Marco Guzzi, ci accorgiamo di trovarci di fronte a un'opera apertamente dichiarata. Difatti, l'autore, in una nota in coda al libro, ci mette a conoscenza di una sua intuizione, quella, cioè, di aver immaginato di muoversi, con il suo poetare, verso un'esperienza di integrazione, in cui l'Eterno Amore e la sua carne terrena potessero coniugarsi fino in fondo e, proseguendo nella nota, aggiunge che l'uomo può salvarsi soltanto coniugando il Divino con tutte le povere cose umane. E questo Guzzi lo fa in modo esemplare - che richiama alla mente il Luzi del post ermetismo, quello di Onore del vero - muovendosi lungo un percorso di spiritualità, sì tormentata ma all'interno di una poetica dalla limpidezza assoluta, senza mai indugiare sul terreno della mistica, in quanto Guzzi non implora questa integrazione, ma, da poeta, la registra e la sente come un'evenienza conseguente alla sua attività di ricerca. In effetti, consapevole dei suoi mezzi espressivi, riesce a metabolizzare il dolore del mondo, va oltre e, proprio grazie alla sua arte, lo rende meno avvelenato, meno aspro, più umano, perché, dice, la vita è l'espansione di una gioia incontenibile / perciò continua a farci male. Oppure, quando ci ricorda che la paura sembrava uno stupore senza precedenti. Stupore come quello che lo coglie, quando, pregando sul suo terrazzo di casa, osserva un passerotto mangiucchiare una mollica di pane e conclude: Il cielo è cupo. Ma non importa. Entrambi ci siamo saziati. Infatti. Cantiamo. |
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PREMIO INTERNAZIONALE Ives Bonnefoy
Il riconoscimento internazionale del 2005 è stato assegnato a Yves Bonnefoy, da molti considerato il maggior poeta francese vivente e uno dei massimi esponenti della poesia contemporanea mondiale. Bonnefoy non è un poeta civile nel senso convenzionale del termine. La sua poesia non è circoscrivibile nei limiti di un genere, o di una poetica precostituita. Appartiene certo alla grande tradizione poetica occidentale, la sua sapienza è lirica, i suoi maestri indiscutibili: da John Donne a Hölderlin, da Leopardi a Baudelaire. Le sue fonti, le sue sorgenti sgorgano da un'antica antitesi:la coscienza della perdita e la pulsione alla speranza. In questo Bonnefoy è un poeta del Novecento, ma non solo. Diciamo che ne ha attraversato, sin dall'avvio surrealista, il "movimento" e "l'immobilità", ma è dall'erranza della Bassa Antichità, epoca per tanti versi così affine alla nostra, che rinasce il suo rapporto col mondo, con la realtà, con il sogno, con il mito. È un miraggio gnostico, scritto sulla pietra, quello con cui Bonnefoy ci attrae, senza facili consolazioni. E ci dà da pensare, oltre la sua straordinaria musica verbale, sul nostro futuro, sul nostro passato. Di lui Starobinski ha scritto: "Per chi non si lascia andare alle chimere né alla disperazione, ci sarà di nuovo un mondo, un luogo abitabile, e questo luogo non è "altrove", non è "là": è "qui", è lo stesso luogo, ritrovato come una nuova riva sotto una nuova luce". Ecco perché questo poeta fa parte ormai del nostro "entroterra", la sua parola è una nostra presenza, così come l'Italia, con il sogno dei suoi paesaggi dipinti, le sue dolci prospettive, il contrasto fra i suoi artisti notturni, come Paolo Uccello o Borromini, e la luce, forse non perduta per sempre di Piero, è stata il suo "Arrière-pays2. Alla terra italiana Bonnefoy si è rivolto con devozione: "così come si scrive un nome sulla busta che avvolge un dono inviato come ringraziamento". Questo dono ci è pervenuto. Questo nome vorremmo continuare a leggerlo. |
| PREMIO OPERA PRIMA Claudio Cinti Ipapecuana (Sinopia)
Ipapecuana: parola misteriosa, che forse rimanda all'aymara, la lingua indigena tuttora parlata in Bolivia e che designa - sicuramente - un luogo immaginario, mitico, scoperto da navigatori e poeti, come dice Giampietro Pizzo nella sua postfazione al libro omonimo, ma noi vorremmo dire da poeti-navigatori, come lo stesso Cinti. Luogo poetico inutile e meraviglioso che impone delle prove ai viandanti che volessero raggiungerlo, di cui la prima è la parola impossibile: aruskipasipxañanakasakipúnirakispawa, che significa "siamo tenuti a comunicare tra noi". Ed è questa la cifra del libro, offerta subito dall'autore in apertura di questa prima opera davvero di rara maturità, di osato slancio creativo, eccezionale nel contesto della poesia attuale. Poesia in cui la "disperata vitalità" pasoliniana si esprime mediante questa compulsione comunicativa, che nasce dal bisogno di dare testimonianza di un mondo "altro". E la testimonianza, per essere autentica, non può fare a meno di lasciarsi permeare dall'alterità: quindi due lingue, a momenti attraversate da una terza, che si alternano e poi si mescolano e poi si congiungono in vocaboli chiave che sono tanto dell'una come dell'altra lingua: eterna e dura è la memoria del passato che nutre questo mondo e che il poeta osserva - meditando fuma - e ritrae. Ed è così anche la lingua spagnola/aymara/italiana che inventa Claudio Cinti. Una lingua meticcia, simbolo del mondo di oggi: multirazziale, multiculturale, ma con qualcosa in più, e cioè lo sguardo libero, innocente, che assorbe e impara, che assimila modificando anche e soprattutto se stesso. E questo è più dell'attualità: questo è futuro. Come riconoscenza quindi e come omaggio a questa poesia di oggi e di domani abbiamo scelto Ipapecuana di Claudio Cinti per il Premio "Opera Prima" Pier Paolo Pasolini 2005. |
PREMIO INTERNAZIONALE DI POESIA PIER PAOLO PASOLINI
REGOLAMENTO DELLA SECONDA EDIZIONE 2005
I
Memori dell'enorme importanza e del valore testimoniale, sia letterario che civile, dell'intera produzione poetica di PIER PAOLO PASOLINI, per far sì che questo patrimonio storico-letterario - in un momento in cui i grandi valori ideali della poesia appaiono emarginati o sopraffatti da quelli meramente economici e consumistici - possa continuare a vivere nella memoria delle giovani generazioni, attraverso la voce dei maggiori poeti contemporanei, viene indetta, con il Comune di Roma, la seconda edizione del PREMIO INTERNAZIONALE DI POESIA PIER PAOLO PASOLINI
II
Al Premio partecipano i poeti italiani che, tramite il proprio editore, inviano alla Segreteria generale del premio (via Monte San Savino, 3 - 00138 Roma) otto copie per ogni volume partecipante che sia stato pubblicato in Italia nell'anno precedente a quello dell'assegnazione del Premio. Saranno prese in considerazione anche le opere prime.
III
Fra tutte le opere pervenute alla Segreteria del Premio, entro e non oltre il 31 maggio 2005, la giuria composta da DACIA MARAINI (Presidente), FRANCESCO AGRESTI (Segretario generale), ALESSIO BRANDOLINI, MARTHA CANFIELD, MAURIZIO CUCCHI, TULLIO DE MAURO e BIANCAMARIA FRABOTTA, selezionerà, entro il mese di settembre, le tre opere vincitrici finaliste, l'opera prima e un poeta straniero, tra quelli tradotti e pubblicati in Italia, per il riconoscimento internazionale.
IV
Il nome del vincitore assoluto del Premio, fra i tre poeti italiani vincitori finalisti, sarà reso noto nel corso della cerimonia pubblica di proclamazione, che avverrà a Roma il 1° novembre 2005.
V
Al vincitore assoluto va un premio in denaro di quattromila euro, agli altri due vincitori finalisti duemila euro ciascuno, al vincitore del premio Opera prima vanno mille euro. Al poeta straniero prescelto oltre a un premio di quattromila euro va anche un Premio speciale di duemila euro messo a disposizione dal Comune di Casarsa della Delizia. Per il ritiro del Premio è indispensabile la presenza dei poeti premiati.
VI
Una copia di ogni libro partecipante al Premio verrà consegnata alla Biblioteca comunale di Casarsa della Delizia.
Roma, febbraio 2005
SEGRETERIA DEL PREMIO INTERNAZIONALE DI POESIA PIER PAOLO PASOLINI
c/o Francesco Agresti
Via Monte San Savino, 3
00138 Roma
tel. 338-1686201 e-mail: francescoagresti@yahoo.it
www.premiopasolini.it
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